Società 17.03.2014

Una Via Crucis per le crocifisse di oggi

La Comunità Giovanni XXIII promuove per il 21 marzo a Roma una serata di preghiera e solidarietà per le donne vittime della tratta e costrette a prostituirsi

Chiara Santomiero
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Chiara Santomiero
17.03.2014
Ira Gelb / Flickr / CC
Chi sono i crocifissi del nostro tempo, coloro costretti ad abbracciare una croce per la malvagità o solo per l’indifferenza di molti? Sono tanti e ben li conosce la Comunità di Giovanni XXIII che sull’esempio del fondatore, don Oreste Benzi, si fa accanto ogni giorno a disabili, tossicodipendenti, anziani soli, ragazzi soli, per accogliere tutti nel calore di una famiglia. Ad alcune delle “sorelle” più fragili incontrate sulle strade italiane – le ragazze, spesso minorenni, vittime della tratta degli esseri umani e costrette a prostituirsi – la Comunità Giovanni XXIII, in collaborazione con molti enti ed associazioni, ha deciso di dedicare una Via Crucis  che si snoderà il 21 marzo prossimo nelle vie del centro di Roma. All’evento " ha fatto riferimento anche Papa Francesco, al termine della recita dell'Angelus di domenica scorsa in piazza San Pietro, dando così il suo incoraggiamento all'iniziativa. Una serata di preghiera per testimoniare vicinanza alle "donne crocifisse" vittima di questa nuova forma di schiavitù, ma anche un atto di denuncia per scuotere le coscienze di quanti forse si stanno abituando a questo fenomeno, come racconta ad Aleteia Giovanni Paolo Ramonda, succeduto a don Benzi nella guida della Comunità Giovanni XXIII.

La parola “schiavitù” non dovrebbe appartenere al passato?

Ramonda: Le ragazze vittime della tratta e costrette a prostituirsi sulle strade delle nostre città sono soggette a una nuova forma di schiavitù che tiene segregate con la violenza anche donne incinte o con bimbi piccoli. E sono rese schiave con la paura e il ricatto anche le loro famiglie nei paesi d’origine. Le mafie albanesi, russe, nigeriane, rumene, in connivenza con quelle italiane, si arricchiscono sulla pelle di queste ragazze che stanno giorno e notte, seminude, in strada, esposte a ogni pericolo, picchiate e violentate, altro che libera scelta come sostiene qualcuno. Negli ultimi anni, la Comunità Giovanni XXIII, continuando l’opera di don Benzi ha assicurato la libertà di circa 7 mila ragazze ridotte in schiavitù, intraprendendo insieme a loro un cammino di riscatto della dignità umana. L’incoraggiamento di Papa Francesco ci sostiene nel continuare questo cammino.

Don Benzi diceva che “nessuna donna nasce prostituta, c’è sempre qualcuna che la rende tale”. E ci sono anche quelli che la costringono a rimanere sulla strada se è vero che si stimano in 9 milioni gli uomini italiani che sono soliti richiedere rapporti sessuali a pagamento. Perché?

Ramonda: Le persone intelligenti e dotate di umanità dovrebbero capire che il corpo delle donne non può essere mercificato e soprattutto trattato in modo così disumano. Tuttavia esiste molta ignoranza e anche situazioni di comodo per cui va bene che questo fenomeno vada avanti. Per questo noi, sull’esempio dei Paesi nordici nei quali una adeguata repressione anche sui clienti, ha prodotto una riduzione del fenomeno, riteniamo che la legge debba prevedere multe e sanzioni penali per gli uomini che chiedono sesso a pagamento. L’esistenza di leggi in questa direzione – oggi è punito solo lo sfruttamento della prostituzione – può essere un aiuto al contenimento della schiavitù per queste ragazze.

Quali sono le altre proposte della Comunità sul piano giuridico?

Ramonda: Siamo assolutamente contrari alle proposte di legalizzazione della prostituzione. Non siamo per la “riduzione del danno” fondata sulla affermazione che la prostituzione ci sarà sempre perché “è il mestiere più antico del mondo”. E’ l’iniquità più antica del mondo, una inaccettabile distruzione della dignità delle persone. In Svezia la condanna dei “clienti” ha ridotto l’ampiezza del fenomeno della prostituzione e anche la Francia sta andando in questa direzione. Così come stiamo facendo noi con la creazione di una rete con i sindaci e le forze dell’ordine affinché ci siano controlli più severi sulle strade. Siamo convinti che se la domanda cessa, anche il mercato verrà ridimensionato.

Si tratta però anche di un problema culturale: è così?

Ramonda: La nostra Comunità organizza da sempre momenti di formazione su questi temi dello sfruttamento delle donne e dell’illegalità perché è in grande parte un problema educativo. Siamo riusciti a coinvolgere in questa rete anche diversi dei “clienti” che sono diventati nostri collaboratori – abbandonando ovviamente il precedente stile di vita – perché hanno capito quale era la realtà che avevano di fronte. Questo è un problema davanti al quale bisogna agire su più fronti: quello formativo e di prevenzione, ma anche legislativo attraverso norme di contenimento che assicurino la tutela dei più deboli. E le più deboli sono le ragazze in strada.

 
sources: ALETEIA
Chi sono i crocifissi del nostro tempo, coloro costretti ad abbracciare una croce per la malvagità o solo per l’indifferenza di molti? Sono tanti e ben li conosce la Comunità di Giovanni XXIII che sull’esempio del fondatore, don Oreste Benzi, si fa accanto ogni giorno a disabili, tossicodipendenti, anziani soli, ragazzi soli, per accogliere tutti nel calore di una famiglia. Ad alcune delle “sorelle” più fragili incontrate sulle strade italiane – le ragazze, spesso minorenni, vittime della tratta degli esseri umani e costrette a prostituirsi – la Comunità Giovanni XXIII, in collaborazione con molti enti ed associazioni, ha deciso di dedicare una Via Crucis  che si snoderà il 21 marzo prossimo nelle vie del centro di Roma. All’evento " ha fatto riferimento anche Papa Francesco, al termine della recita dell'Angelus di domenica scorsa in piazza San Pietro, dando così il suo incoraggiamento all'iniziativa. Una serata di preghiera per testimoniare vicinanza alle "donne crocifisse" vittima di questa nuova forma di schiavitù, ma anche un atto di denuncia per scuotere le coscienze di quanti forse si stanno abituando a questo fenomeno, come racconta ad Aleteia Giovanni Paolo Ramonda, succeduto a don Benzi nella guida della Comunità Giovanni XXIII.

La parola “schiavitù” non dovrebbe appartenere al passato?

Ramonda: Le ragazze vittime della tratta e costrette a prostituirsi sulle strade delle nostre città sono soggette a una nuova forma di schiavitù che tiene segregate con la violenza anche donne incinte o con bimbi piccoli. E sono rese schiave con la paura e il ricatto anche le loro famiglie nei paesi d’origine. Le mafie albanesi, russe, nigeriane, rumene, in connivenza con quelle italiane, si arricchiscono sulla pelle di queste ragazze che stanno giorno e notte, seminude, in strada, esposte a ogni pericolo, picchiate e violentate, altro che libera scelta come sostiene qualcuno. Negli ultimi anni, la Comunità Giovanni XXIII, continuando l’opera di don Benzi ha assicurato la libertà di circa 7 mila ragazze ridotte in schiavitù, intraprendendo insieme a loro un cammino di riscatto della dignità umana. L’incoraggiamento di Papa Francesco ci sostiene nel continuare questo cammino.

Don Benzi diceva che “nessuna donna nasce prostituta, c’è sempre qualcuna che la rende tale”. E ci sono anche quelli che la costringono a rimanere sulla strada se è vero che si stimano in 9 milioni gli uomini italiani che sono soliti richiedere rapporti sessuali a pagamento. Perché?

Ramonda: Le persone intelligenti e dotate di umanità dovrebbero capire che il corpo delle donne non può essere mercificato e soprattutto trattato in modo così disumano. Tuttavia esiste molta ignoranza e anche situazioni di comodo per cui va bene che questo fenomeno vada avanti. Per questo noi, sull’esempio dei Paesi nordici nei quali una adeguata repressione anche sui clienti, ha prodotto una riduzione del fenomeno, riteniamo che la legge debba prevedere multe e sanzioni penali per gli uomini che chiedono sesso a pagamento. L’esistenza di leggi in questa direzione – oggi è punito solo lo sfruttamento della prostituzione – può essere un aiuto al contenimento della schiavitù per queste ragazze.

Quali sono le altre proposte della Comunità sul piano giuridico?

Ramonda: Siamo assolutamente contrari alle proposte di legalizzazione della prostituzione. Non siamo per la “riduzione del danno” fondata sulla affermazione che la prostituzione ci sarà sempre perché “è il mestiere più antico del mondo”. E’ l’iniquità più antica del mondo, una inaccettabile distruzione della dignità delle persone. In Svezia la condanna dei “clienti” ha ridotto l’ampiezza del fenomeno della prostituzione e anche la Francia sta andando in questa direzione. Così come stiamo facendo noi con la creazione di una rete con i sindaci e le forze dell’ordine affinché ci siano controlli più severi sulle strade. Siamo convinti che se la domanda cessa, anche il mercato verrà ridimensionato.

Si tratta però anche di un problema culturale: è così?

Ramonda: La nostra Comunità organizza da sempre momenti di formazione su questi temi dello sfruttamento delle donne e dell’illegalità perché è in grande parte un problema educativo. Siamo riusciti a coinvolgere in questa rete anche diversi dei “clienti” che sono diventati nostri collaboratori – abbandonando ovviamente il precedente stile di vita – perché hanno capito quale era la realtà che avevano di fronte. Questo è un problema davanti al quale bisogna agire su più fronti: quello formativo e di prevenzione, ma anche legislativo attraverso norme di contenimento che assicurino la tutela dei più deboli. E le più deboli sono le ragazze in strada.

 
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