Se Adamo ha peccato, che colpa ne ho io?
La dottrina del peccato originale non è stata accantonata. Al contrario, la scienza ha fornito nuovi dati utili per un suo corretto discernimento. E sia Giovanni Paolo II che Benedetto XVI hanno sottolineato l'importanza fondamentale che essa riveste nella fede cristiana e per la comprensione della natura umana e del problema del male nel mondo.
Il peccato originale non ha nulla a che vedere con il sesso né è inscritto nei geni. 
La dottrina del peccato originale rappresenta per molti una difficoltà: screditata dal razionalismo e apparentemente negata dalla scienza, è sempre meno presente nella catechesi e nelle omelie. Giovanni Paolo II e Benedetto XVI hanno tuttavia ricordato con forza che questa dottrina costituisce una “pietra angolare” del cristianesimo.
Risulta difficile comprendere come gli uomini possano essere caricati della punizione meritata da una coppia, Adamo ed Eva, la cui esistenza appartiene al mondo dei miti. Il peccato originale si eredita? Quale gene lo trasmette? Si passa durante l'atto sessuale, come affermavano alcuni pensatori? Ma allora la sessualità è peccato? Che cosa significa la “mela”? Il serpente non è forse un simbolo fallico per gli antichi cananei? Se poi il peccato originale è ereditario e si cancella con il Battesimo, perché il figlio di genitori battezzati deve essere a sua volta battezzato?...
L'errore consiste nel pensare al peccato di Adamo solo come a una mancanza personale: con quel primo peccato storico dell'uomo, è entrato nel mondo il potere del male, il potere diabolico, che da allora ha un tale potere sul genere umano che solo la morte di Cristo poteva spezzare.
In che cosa consiste questo “peccato originale”? Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo spiega ai punti 397-412: è la sfiducia dell'uomo nella bontà del suo Creatore, e il separarsi da lui.
Questo “stato di peccato” si trasmette agli uomini non perché sono generati sessualmente, cioè la causa non è il sesso perché questo è negativo, come alcuni hanno pensato, ma per il fatto stesso di essere generati, di essere uomini (la parola usata dal Magistero è “propagazione”). Le persone, a causa di quel peccato concreto, dal momento stesso in cui iniziano la propria esistenza si vedono private dell'equilibrio originale per il quale sono state create, e da questo “stato” di squilibrio interiore, di sottomissione al potere del male, non possono uscire da sole.
Il capitolo 3 della Genesi non presenta un racconto storico delle origini dell'uomo, ma spiega una verità religiosa e antropologica: è esistita una Caduta che condiziona tutto il genere umano. 
Secondo gli esegeti, i primi capitoli della Genesi sono stati scritti approssimativamente all'epoca dell'esilio, raccogliendo diverse tradizioni precedenti, il che significa che evidentemente non sono stati composti come una cronaca storica. Alcuni dei loro elementi, inoltre, ricordano testi mitologici di Babilonia e della Persia.
Il senso del racconto introduce tuttavia verità religiose del tutto nuove rispetto alle altre religioni: se si riesaminano i racconti mitologici, la relazione tra l'uomo e la divinità o la spiegazione dell'origine del male, sono totalmente diversi dagli altri.
La Genesi è stata composta in un'epoca in cui il pensiero ebraico, alla luce della Rivelazione di Dio, si poneva il problema del male. La Genesi enuncia al riguardo una serie di verità fondamentali: Dio ha creato l'uomo buono e libero, a sua immagine e somiglianza, e destinato alla complementarietà tra uomo e donna. L'uomo, però, ha utilizzato la libertà che Dio gli aveva donato per ribellarsi contro di lui, su istigazione di un potere malefico, e da quel momento è caduto in balia di quel male.
Il Verbo di Dio si è fatto carne proprio per liberare l'uomo da quel potere: solo il Creatore aveva la capacità di riabilitare la propria creatura. Questa dottrina è espressa in particolare da San Paolo, in 1 Cor 15, 21-22.45-49, Rm 15, 12-21, Ef 2, 1-3, e appare anche nell'Apocalisse (12, 9-11).
La Chiesa ha difeso questa dottrina fin dai primi secoli, contro le deviazioni teologiche che la mettevano in discussione. 
La dottrina del peccato originale è presente fin dai primi Padri della Chiesa (Giustino, Ireneo, ecc.) e si è sviluppata a poco a poco, perché non era ancora chiaro come si trasmettesse questo peccato (per generazione, per propagazione...) né la portata del danno provocato nell'uomo (fino a che punto era intaccata la sua natura). Una testimonianza di ciò è il Battesimo dei bambini, già fin dagli albori del cristianesimo.
Nel V secolo apparve l'eresia pelagiana, che affermava che l'uomo era capace di raggiungere la virtù di per sé, e che quindi non era schiavo del male, che realizzava i peccati personali in modo libero e consapevole; di conseguenza, negava il peccato originale e incolpava Adamo solo di aver dato un “cattivo esempio” agli uomini. Per questa eresia, Gesù non era altro che un maestro di vita.
Il grande oppositore dell'eresia pelagiana fu Sant'Agostino, il primo a organizzare in modo sistematico la dottrina del peccato originale, ribadendo la necessità della grazia. Il Magistero l'ha definita nei concili di Cartagine (418) e Orange (529). In seguito, San Tommaso d'Aquino e Sant'Anselmo di Canterbury ne hanno approfondito la comprensione.
Anche se alcuni pensatori medievali come Abelardo hanno negato la dottrina del peccato originale come la intendeva la Chiesa, fino alla Riforma luterana non c'è stata una vera controversia. Lutero, portando all'estremo il pensiero di Sant'Agostino, affermò che la natura umana è irremissibilmente persa e che il Battesimo non cancella il peccato originale. L'uomo, quindi, resta in balia del peccato per sempre, e si salva solo con la fede.
A questa eresia rispose il Concilio di Trento, in una dichiarazione che per molti secoli è stata considerata la parola definitiva della Chiesa sul tema e che afferma che Adamo ed Eva, progenitori dell'umanità, hanno commesso un peccato che priva gli uomini della comunione con Dio e si trasmette a tutto il genere umano. Questa natura, caduta anche se non distrutta, è però riabilitata da Cristo, con l'aiuto della sua grazia redentrice.
Nel XIX e nel XX secolo questa dottrina è stata nuovamente messa in discussione, questa volta a partire dalla scienza e dal razionalismo. 
Nel XVIII e nel XIX secolo, questa dottrina è stata respinta dal razionalismo illuminista e relegata a mera superstizione, come il resto dei principi cristiani: l'uomo “dei lumi” spiega sempre l'origine del male, o come qualcosa di intrinseco all'uomo (Hobbes: “homo homini lupus”), o piuttosto come qualcosa di completamente estraneo a lui che lo condiziona (Rousseau e il “buon selvaggio”, o Marx e l'alienazione sociale).
Queste posizioni esterne non sono state però tanto distruttrici quanto quelle interne: nel XX secolo, soprattutto tra gli anni Cinquanta e Settanta, un autentico terremoto ha colpito i pilastri di questa dottrina per via dei nuovi progressi della scienza.
In primo luogo, i progressi nella scienza genetica e nell'archeologia mirano all'ipotesi dell'evoluzione delle specie (di fronte al creazionismo), così come a quella del poligenismo (cioè che non proveniamo da una sola coppia umana). In secondo luogo, l'esegesi e l'ermeneutica moderna permettono di conoscere meglio com'è stato composto il libro della Genesi, escludendone la storicità. Molti pensatori, tra i quali è particolarmente noto Teilhard de Chardin, hanno pensato che queste scoperte invalidassero la dottrina del peccato originale.
Papa Pio XII ha affrontato questa crisi con l'enciclica Humani Generis, nella quale, pur ammettendo che il poligenismo era “difficilmente conciliabile” con la dottrina del peccato originale, non lo negava in forma assoluta. In seguito il Concilio Vaticano II, nella costituzione pastorale Gaudium et spes (13, 18, 37) e nella costituzione dogmatica Lumen Gentium (2), senza entrare nel dibattito, ha ribadito la dottrina nei suoi punti essenziali.
Il Magistero della Chiesa, soprattutto con gli ultimi due papi, continua a insistere sull'importanza capitale per la fede cristiana di questo dogma, senza il quale non si comprende il mistero del male nel mondo né la redenzione operata da Cristo. 
Lungi dall'essere una questione accantonata, è un tema della massima attualità, come dimostra la chiarezza con cui i papi degli ultimi decenni lo hanno affrontato. Paolo VI ne ha parlato concretamente in due occasioni: in un Simposio organizzato dall'Università Gregoriana (1966) e negli articoli 16, 17 e 18 del “Credo del Popolo di Dio” (1968).
Giovanni Paolo II, dopo aver terminato il suo famoso ciclo di catechesi sulla teologia del corpo, ha dedicato due anni a un ciclo sul Credo, affrontando la questione del peccato originale in modo molto approfondito (ottobre 1986). A questo proposito, è particolarmente importante la catechesi sulla Caduta che espone nell'enciclica Mulieris Dignitatem. Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica, frutto del suo pontificato, affronta il tema in modo molto completo.
Colpisce molto il notevole interesse che l'ex cardinale Ratzinger e ora papa Benedetto XVI ha riservato alla dottrina del peccato originale, arrivando anche a definirla “la chiave” per il futuro della teologia e del pensiero cristiani, e anche per il dialogo con il mondo contemporaneo. A suo avviso, il pensiero cattolico avrà un'incidenza nella misura in cui tornerà a questa dottrina.
Perché tanta importanza? Perché l'esistenza del peccato originale condiziona l'antropologia, la comprensione dell'uomo e la redenzione cristiana.
In alcune catechesi sul tema a Monaco (1981), il cardinale Ratzinger ha mostrato che la questione è “vitale” per la Chiesa, arrivando a dire che senza questa tutta la Rivelazione vacilla e che era necessaria una nuova “teologia della creazione” che illuminasse il pensiero moderno.
Nel 1985, nel libro-intervista “Rapporto sulla Fede”, realizzato dal giornalista Vittorio Messori, ha affermato che dopo il suo ritiro aveva intenzione di compiere ricerche su questo tema, al quale ha anche dedicato un libro, “In principio Dio creò il cielo e la terra”.
Già da papa ha dedicato tre udienze, nel dicembre 2008, alla questione, e ne parla anche nel libro-intervista “Luce del mondo”, di Peter Seewald. Nel suo pontificato, il tema è stato oggetto di almeno due congressi internazionali (Roma 2005 e Bologna 2007).
Un articolo di Sandro Magister analizza tre interventi di Benedetto XVI sul dogma del peccato originale, negato dai teologi neomodernisti.
